Museo Grand Tour

Il museo e la collezione

SPETT FONDAZIONE G.B. VICO S.BIAGIO MAGGIORE (NEWFOTOSUD SERGIO SIANO)

SPETT FONDAZIONE G.B. VICO S.BIAGIO MAGGIORE
(NEWFOTOSUD SERGIO SIANO)

L’edificazione del Convento di Sant’Antonio cominciò agli inizi del XVIII secolo, fortemente voluto dalla comunità che contava al tempo milleduecento anime. Il nuovo convento dei padri Riformatori di San Francesco venne edificato accanto alle rovine dell’antico Convento dei carmelitani, grazie anche alle sostanziali donazioni delle famiglie del luogo, e già alla fine del XVIII secolo era punto di riferimento per studiosi e viaggiatori.

Il Convento è situato in una posizione di grande suggestione, costruito con grande sapienza nell’orientamento, con un profondo senso di appartenenza all’ambiente e di fusione al paesaggio circostante.

Posto su di un promontorio, si affaccia a sud-ovest su di un panorama unico, che comprende la piana di Paestum con la città antica e il golfo di Salerno; a nord-est guarda il Monte Soprano che lo sovrasta, ponendosi a cerniera tra la pianura con il mare e la montagna.

La lettura d’insieme individua un’immagine da ‘paesaggio storico’ con un carattere quasi oleografico: sembra di essere, nonostante le ‘sfrangiature’ della contemporaneità, in un mondo ancora del tutto illeso, in cui il convento con la sua vista controlla la piana seduto sugli Alburni.

I caratteri architettonici del complesso conventuale, ancora in gran parte integri, sono di grande interesse, così come di fascino è il chiostro, organizzato secondo un sistema di volte a crociera di bella proporzione che coprono il portico ed archi sorretti da pilastri a sezione quadrata smussati agli angoli.

Nella parte del complesso una volta più fatiscente oggi ritroviamo un museo sui percorsi del Grand Tour, corredato da una sala per attività seminariali, la quale apre al dominio della piana di Paestum e del Golfo di Salerno, sovrastando un nuovo orto di erbe officinali ripristinato nei suoi piantumati originari.

Il Museo ospita una collezione di oltre centoventi opere, per la gran parte incisioni realizzate nella seconda metà del Settecento.

Le più antiche sono le quattro tavole di Morghen del 1765, facenti parte della serie Vedute della città di Paestum. Alcune di queste incisioni furono, in seguito, utilizzate in pubblicazioni dai caratteri più marcatamente scientifici.

Tra queste pubblicazioni vi è quella di Thomas Major, autore nel 1768 di The Ruins o f Paestum otherwise Posidonia in Magna Graecia, di cui sono presenti tutte le tavole. All’inizio l’iconografia pestana risponde ad esigenze più documentative che espressive, si dovrà attendere l’epoca romantica per immagini più vive ed originali.

A distinguersi attraverso interpretazioni originalissime è Giovan Battista Piranesi, di cui il museo conserva ventuno tavole. Le immagini da lui create nel 1778 sono probabilmente quelle che maggiormente rimangono impresse nella memoria collettiva: visioni più che vedute.

Del Voyage Pittoresque dell’abate francese Jean Claude Richard de Saint-Non, edito a Parigi tra il 1781 ed il 1786 , il museo conserva sette tavole. Pur attraverso i connotati tipici della pittura di rovine in voga tra Seicento e Settecento, il ‘viaggio pittorico’ sembrerebbe portare insiti i caratteri di un percorso poetico, fluido e leggero per l’immediatezza delle immagini.

SPETT FONDAZIONE G.B. VICO S.BIAGIO MAGGIORE (NEWFOTOSUD SERGIO SIANO)

SPETT FONDAZIONE G.B. VICO S.BIAGIO MAGGIORE
(NEWFOTOSUD SERGIO SIANO)

Nel 1784 Paolantonio Paoli pubblicò a Roma la sua opera Rovine della città di Pesto detta ancora Posidonia, di questa opera fa parte la Topographia Paestana, disegnata dall’architetto Thomas Rajola ed incisa da Francesco la Marra. Dello stesso periodo, databile grosso modo al 1785-1790, è l’acquerello – conservato nella raccolta del museo – dello svizzero Abrahm Louis Ducros, raffigurante la Veduta dei tré templi.

Il pittore lavorò in stretta collaborazione con l’incisore italiano Giovanni Volpato. Del 1794 è l’opera pubblicata a Roma da Bernardino Olivieri e dedicata a Papa Pio VI, dal titolo Vedute degli avanzi dei monumenti antichi delle Due Sicilie, nella quale sono contenute alcune tavole dedicate a Paestum, cinque delle quali, assieme al frontespizio, sono conservate presso il museo.
Del 1810 l’incisione di Vincenzo Aloja di un’immagine di Hackert raffigurante una Veduta de Tempj di Pesto presa da Ponente, notabile per la salda impostazione ed il rigore disegnativo. Con l’epoca romantica, il linguaggio figurativo nella rappresentazione del paesaggio muta.

La litografia realizzata da Gatti & Dura nel 1830, su disegno di Giacinto Gigante, esponente di spicco della Scuola di Posillipo, manifesta già alcuni di questi caratteri, come si può evincere chiaramente dal taglio particolare dell’immagine, nella quale viene inserito uno di quegli acquitrini effettivamente presenti all’epoca attorno ai templi, che conferisce alla scena un carattere indubbiamente veridico. Anche nell’opera del tedesco Wihielm Gail, la natura mediterranea appare quasi la protagonista della scena.

In una delle litografie di Gail possedute dal museo, l’interno del Tempio di Nettuno in Pesto diviene romanzesca ambientazione per un’imboscata di briganti, richiamandosi al carattere avventuroso, ai miti e alla leggende già da decenni circolanti su Paestum.

L’opera senza dubbio di maggior pregio di tutta la raccolta del museo è il dipinto, ad olio su tela, del pittore tedesco Franz Ludwig Catel, raffigurante La veduta di Paestum con i templi, la costiera amalfitana e Capri sullo sfondo, realizzato nel 1838.

L’opera di Catel si può definire la ‘summa’ di una certa pittura di paesaggio della prima metà dell’Ottocento.

Questo per i suoi aspetti relativi ad un vedutismo che inserisce il tema principale, in questo caso i templi, in un contesto atmosferico reso con sostanziale naturalismo, che trae linfa vitale dal contatto con il vero.

Nella gouache di Antonio Coppola, I templi di Paestum con il Plenilunio (1880-90), il tema e la tecnica appaiono significativi e tipici di una produzione che fu legata indubbiamente ad aspetti commerciali, ma la realizzazione formale appare curata ed attenta e la luce lunare resa con grande efficacia.