26 Giugno 2019

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IlTempo - Il presidente di FareAmbiente a difesa della dieta mediterranea.

Fra i ricordi più vivi dell'infanzia e dell'adolescenza ci sono i profumi della cucina di mia nonna così densa di fragranze e aromi. Il mare, le colline con la macchia mediterranea, le campagne con gli ulivi e la vite, nei piatti che cucinava e che rallegravano i giorni mi sembrava che tutto il territorio ne entrasse a fare parte. Questi bei ricordi oggi mi tornano in mente ancora più nitidi ogni qual volta girando per le strade di Roma o di altre città della nostra Italia mi capita di essere letteralmente aggredito da una serie di odori decisamente sgradevoli. Sono il risultato del proliferare di quella «moda culinaria», il cosiddetto junk food, il cibo spazzatura i cui distributori, su camioncini o da improbabili osterie, hanno invaso i luoghi pubblici. Vendono un miscuglio non identificabile di alimenti precotti o cotti grossolanamente con ingredienti di pessima qualità in cui abbondano grassi, zuccheri, fritti e condimenti posticci sprovvisti di indicazioni di provenienza e certificazione di qualità. Emblema di questa moda puzzolente i franchising delle cosiddette patatine olandesi che sono spuntati come funghi ad ogni angolo. Alimenti a cui si abbinano bevande che di naturale non hanno nulla. Si tratta di una moda che purtroppo ha preso il largo soprattutto fra i più giovani; solo nel 2018 le aziende di junk food hanno speso almeno 100 milioni di dollari in spot tv diretti a bambini e ragazzi tra i 2 e i 17 pubblicizzando una dieta che danneggia non poco la salute di chi consuma simili pasti. Credo che di questa realtà siano sottostimati i danni provocati. Danni alla salute, al decoro urbano, alla nostra meravigliosa tradizione culinaria. Danni morali, perché il cibo è valore morale, un ambito originario delle nostre vite con il quale dobbiamo intrattenere un rapporto di fiducia. Ma soprattutto il cibo che cuciniamo e mangiamo è una storia d’identità. In pochi sembrano ricordare che sapere e sapore hanno la stessa etimologia linguistica. Derivano entrambi infatti dal latino sapere che significa prima di tutto aver sapore. Sapere-sapore-gusto-conoscenza è questo il ciclo virtuoso che è all'origine del cibo, nel rispetto e nella cura dei luoghi da cui ogni cibo proviene. E noi italiani dovremmo essere consapevoli ed orgogliosi di identità agroalimentari straordinarie che rendono la nostra tradizione culinaria la migliore al mondo. Il cibo spazzatura è tale perché è solo merce globalizzata.
Nei sapori della nostra tradizione e proprio nella dieta mediterranea e nelle sue molte varianti, possiamo ritrovare le mille e meravigliose identità della nostra Penisola. La dieta mediterranea non è solo un corretto criterio alimentare ma uno stile di vita che abbraccia i nostri borghi, i centri storici, i paesaggi culturali vari e bellissimi dell'Italia nel rispetto della convivenza armonica con i territori locali.
Contro il cibo spazzatura che non ha sapore perché non ha origine occorre valorizzare il cibo nato dal rispetto dei luoghi e che racconta storie di uomini e donne che lavorano preservando l’identità stessa delle proprie terre. Motivi per i quali le amministrazioni locali dovrebbero vietare la somministrazione di cibi spazzatura nei centri storici, anche per preservare il diritto al decoro olfattivo.
A Londra ad esempio si è già vietata la pubblicità del junk food sui mezzi di trasporto pubblico e presto se ne vieterà la stessa vendita. Ai sindaci dunque chiedo di non concedere autorizzazioni al cibo spazzatura promuovendo e valorizzare invece le molte identità agroalimentari italiane che sono parte di un patrimonio culturale che tutto il mondo ci invidia.




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