20 Settembre 2019

Soggiorno vichiano a Vatolla (SA)

Dall’Autobiografia di Giambattista Vico

"Andava egli frattanto a perdere la dilicata complessione in mal d´eticìa, ed eran a lui in troppe angustie ridotte le famigliari fortune, ed aveva un ardente desiderio di ozio per seguitare i suoi studi, e l´animo abborriva grandemente dallo strepito del fòro, quando portò la buona occasione che, dentro una libreria, monsignor Geronimo Rocca vescovo d´Ischia, giureconsulto chiarissimo, come le sue opere il dimostrano, ebbe con essolui un ragionamento d´intorno al buon metodo d´insegnare la giurisprudenza. Di che il monsignore restò così soddisfatto che il tentò a volerla andare ad insegnare a´ suoi nipoti in un castello del Cilento di bellissimo sito e di perfettissima aria, il quale era in signoria di un suo fratello, signor don Domenico Rocca (che poi sperimentò gentilissimo suo mecenate e che si dilettava parimente della stessa maniera di poesia), perché l´arebbe dello in tutto pari a´ suoi figliuoli trattato (come poi in effetti il trattò), ed ivi dalla buon´aria del paese sarebbe restituito in salute ed arebbe tutto l´agio di studiare.

Così egli avvenne, perché quivi avendo dimorato ben nove anni, fece il maggior corso degli studi suoi, profondando in quello delle leggi e dei canoni, al quale il portava la sua obbligazione".

Il filosofo continua poi descrivendo le sue letture e i suoi studi di diritto, filosofia, poesia, metafisica, il tutto da autodidatta e approfittando di "una libreria de´ padri minori osservanti di quel castello". Si tratta della biblioteca del convento di S. Maria della Pietà, poi passata alla famiglia Ventimiglia (vd. Volpe 1988). Più avanti, accenna a studi fatti "verso la fine della sua solitudine, che ben nove anni durò". Infine, "con questa dottrina e con questa erudizione il Vico si ricevé in Napoli come forestiero nella sua patria". Qui, constatando la decadenza della filosofia e delle lettere, non rimpiange il trascorso isolamento:

"Talché, per tutte queste cose, il Vico benedisse non aver lui avuto maestro nelle cui parole avesse egli giurato, e ringraziò quelle selve, fralle quali, dal suo buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso dei suoi studi senza niun affetto di setta, e non nella città, nella quale, come moda di vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lettere. [...] Per queste ragioni il Vico non solo viveva da straniero nella sua patria, ma anche sconosciuto".

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