14 Novembre 2018

Testimonianze
La Fondazione Giambattista Vico: il luogo della poesia
di Luigi Nicolais
Il Castello dei Vargas Machuca è più di uno splendido monumento architettonico sede della Fondazione Giambattista Vico , del Museo Vichiano e della biblioteca del Parco Nazionale del Cilento , è il luogo dell’incontro , della metafora viva e pulsante , dove le parole – òikos e dàimon – trovano corpo e costruiscono il futuro .
Le mura , che dividono il dentro dal fuori , non escludono ,ma integrano , e lo spazio interno è ben più ampio ed esteso di quello esterno .Così l’amenità dei luoghi che segnò le riflessioni vichiane si confonde nella sovrabbondanza delle parole e delle immagini conservate nella splendida biblioteca dalle forti intensità cromatiche , e il sapere si fonde nel piacere , o meglio il sapere diventa esso stesso piacere , perdendosi in un sempre presente .
Il tempo , elemento chiave della filosofia di Vico , pervade luoghi , cose , uomini , consegnandosi in un percorso che è turistico e culturale , viaggio del corpo e dello spirito , in una spirale di luoghi colori , sapori , culture.
<< Hic est Vatolla >> , crocevia di venti ed eventi , luogo di incontro e confronto , laboratorio di pensiero , giardino di piacere .Itinerari questi , che si offrono alla rinata e sempre più evasa domanda di turismo culturale .
Fermarsi a Vatolla è anche ritrovarsi . In un tempo di frenetiche accelerazioni e contraddizioni , il Parco Letterario del Cilento , si stringe attorno alla poesia , al fare poetico , che è più del poetare , ammesso che fare poesia sia facile. Assumere la poesia ad atteggiamento interiore significa porsi quale costruttore di identità , sentire con animo – perturbato e commosso – la propria e le altrui vite , coglierne la storicità e la fondatezza , avvertire la profondità dell’essere , in cui perdersi e cercarsi .
Passeggiare attraverso il Parco del Cilento , di cui il Castello è tappa e meta , non è solo il tour , ma è anche una destrutturazione delle certezze razionali e del metodo cartesiano ; è rompere lo “specchio della natura” , in nome dell’autonomia del probabile , del verosimile , e dunque dell’arte della conversazione . Conversare , in un tempo come il nostro , chiuso all’ascolto , diventa una terapia edificante , che punta ad includere non ad escludere. E la poesia facilita ciò educando i sensi all’ascolto .
Queste ricchezze ritrovate non possono che continuare ad esser valorizzate ed utilizzate , sostenute da forti impegni istituzionali : da beni fruibili esse devono trasformarsi in risorse , opportunità di crescita e di sviluppo . Ciò comporta avviare dei piani integrati di intervento , che coerenti alla vocazione dei luoghi , delle culture e delle tradizioni , sappiano coglierne la specificità e ne rafforzino il posizionamento nel contesto turistico , nella ricerca scientifica e nell’alta formazione .
In questo l’impegno della Regione.

Dovere di spiritualità
di Aldo Masullo
La Fondazione “G.B.Vico” nata ad opera di Vincenzo Pepe nel clima entusiastico di fervore culturale suscitato a Napoli da Gerardo Marotta, dopo il restauro del castello di Vatolla e l’allestimento del museo di Capaccio è ora impegnata nel ripristino delle due antiche e contigue chiese napoletane di San Gennaro all’Olmo, dove Vico fu battezzato, e di San Biagio maggiore, poste all’angolo di S.Biagio dei Librai e S.Gregorio Armeno.
Le due chiese, appena compiuti i restauri, saranno destinate a ospitare un museo didattico vichiano e serie iniziative di propulsione culturale. Si sa che il restauro delle cose non servirebbe a nulla, se esse non si riempissero di vita attuale, attraverso cui l’energia critica e creativa delle passate generazioni si trasfondesse nelle nuove. Le due antiche chiese, restituite all’originaria dignità, rivivranno soltanto se il pensiero di Vico vi circolerà passando per le teste degli uomini, soprattutto dei giovani.
“Confusissimo secolo”chiama la sua epoca il “nolano” e sostanzialmente napoletano Giordano Bruno, in un rigo del suo Asino cillenico, corrosivo pamphlet antiaccademico. Da grande scrittore, egli condensa in una sola parola il tagliente giudizio di una società imbalsamata, incapace di trasformare in un ordine civile nuovo la rivoluzione culturale messasi impetuosamente in moto.
Un secolo e mezzo dopo, a quell’invettiva sembra rispondere un altro potente spirito, napoletano in senso stretto, Giovan Battista Vico. Egli intraprende il temerario tentativo di scoprire la chiave di volta della dinamica sociale, nella cui incessante tensione tra evoluzione e involuzione si tesse la storia, e in cui l’uomo può trovarsi a sperimentare la confusione di un epoca.
Il “continuo lavoro”, in cui la vichiana “scienza” si affatica, è verificare ogni volta il ricorrente e strutturale scontro di cui si nutre la storia. Alla faticosa ascesa di un ordine di civile convivenza segue la discesa rovinosa, ma ogni volta, caduto nello stato estremo della “barbarie risorta”, l’uomo è stimolato a faticosamente restaurare, in forme nuove, la socialità. Questa gli è costitutiva: come si legge nella terza
Orazione inaugurale,”grandissima e potentissima è quella forza insita nell’animo
degli uomini che li spinge a consociarsi ed unirsi l’uno con l’altro”. Perciò come ampiamente si ragiona nella scienza nuova del 1744, una volta cadute nella massima disgregazione e anarchia,”le plebi fatte accorte dà propri mali”cominciano con il cercare un primo rimedio coesivo “sotto le monarchie”.
“Confusissima” non può dunque non apparire al malcapitato la propria epoca, se in essa un ordine decrepito agonizza, ciecamente resistendo al nuovo che dentro gli cresce e con sempre più acuminata asprezza lo attacca.
Coltivare l’interesse e diffondere la comprensione della complessa personalità di Vico è, in questo “confusissimo secolo” in cui a noi tutti oggi è toccato di vivere, un’opera di autentica “pietà civile”. A questo sovrano motivo etico e politica Vico stesso con forza ci richiama con le ultime parole dell’edizione definitiva del suo capolavoro: ”da tutto ciò che in quest’opera si è ragionato, è da finalmente conchiudersi che questa Scienza porta indivisibilmente seco lo studio della pietà, e che, se non siesi pio, non si può davvero esser saggio”. Nel lessico latino la “pietas” è essenzialmente sia il sentimento del dovere sia la benevolenza verso l’altro soggetto spirituale, o divino o umano.
Frequentare Vico e diffonderne la comprensione è al presente un potente antidoto intellettuale contro il male del nostro tempo: contro”l’empietà”, l’assenza di sentimento del dovere e di benevolenza verso la spiritualità che, pur soffocata, vive nelle persone esposte alla dura prova della storia, ovvero contro la mortale indifferenza alla libertà della mente.

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